AGI - La domanda è rivolta alle pm Giuliana Rizza e Valentina De Stefano. «Ma finirà 'sto Garlasco? Anche se sono videoripreso da cittadino vi chiedo: finirà o non finirà? Cinque gradi di giudizio, ma com'è possibile?! È difficile farlo capire alla gente, eh». La testimonianza di Marco Pizzamiglio, già comandante della sezione Biologia e Chimica del Ris, è senza filtri. Sarà perché è in pensione, sarà che aveva voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, Pizzamiglio si lascia andare a commenti non richiesti che restituiscono il caos, gli errori e le atmosfere dei primi giorni dell'indagine sull'omicidio di Chiara Poggi.
La scelta di intervenire a Garlasco
Pizzamiglio parte dall'inizio, il 13 agosto 2007. E spiega la ragione per cui è finito nella cittadina tra le risaie.
«Il comandante Garofano non c'era, era in vacanza e quindi io ero il vice e ricevevo le richieste di intervento. Il problema grosso per Garlasco è stato che è coincisa la richiesta dell'intervento con un duplice omicidio molto grave a Treviso. Decisi di andare a Garlasco. Non avevo biologi, il comandante del Reparto Operativo di Pavia mi aveva garantito di isolarmi la zona in modo che quando fossimo arrivati potessimo organizzare il lavoro. Il comandante mi aveva garantito anche che erano tutte impronte da fare, non c'era Dna. Avevo privilegiato Garlasco e le dico perchè. Perché Treviso c'aveva degli ottimi marescialli... con le palle sotto e c'era un capo procuratore meraviglioso. Io ho voglia di dirlo questo anche se siamo registrati, non mi interessa, era veramente bravo, ecco. Quindi lì ero tranquillo, tant'è che in due settimane hanno risolto. Invece qui sapevo che il Comando Provinciale di Pavia era così così, con la Procura di Pavia e Vigevano lavoravamo pochissimo e quindi ho detto: 'Vado dove penso che ci siano più problemi'".
L'arrivo sulla scena del delitto
Non proprio un attestato di stima verso i colleghi pavesi. L'impatto fu ostico: "Arrivati sul posto siamo stati aggrediti dalla stampa. Io ho fatto fatica a scendere dalla macchina. Sono riuscito ad arrivare a sta porta con questi che ti aggredivano e sono andato dentro, ho aperto e ho visto che c'era un mare di sangue, quindi quello che mi aveva detto il comandante del Reparto Operativo non era vero. E quindi sono uscito e le prime due ore e mezza forse le abbiamo passate io e il colonnello Mattei a tirare giù dai soffitti, dagli alberi giornalisti e fotografi. Ci abbiamo messo due ore, l'ultimo è stato quasi minacciato con le armi perchè... da un pioppo dietro, perchè ci avevano detto che c'era la possibilità di entrare e andare in un garage dietro per cambiarsi senza che ti riprendessero o ti fotografassero".
Il problema delle chiavi e i ritardi operativi
"Ehm, quando finalmente siamo riusciti a mandare via tutta sta gente - spiega Pizzamiglio -, controllare che non ci fosse più... chiedere rinforzi perchè ci aiutassero, mettere una striscetta metrica all'inizio della strada, non so se avete presente il posto, vabbè, comunque in modo da tenerli fuori dalla strada che è attaccata al villino... fatta tutta questa operazione chiediamo di entrare in questo vialetto per andare dietro a cambiarci, organizzarci e non c'erano le chiavi".
Le chiavi, spiega, "se l'era dimenticate il Comandante di Compagnia. Quindi siamo stati lì un'altra oretta abbondante ad aspettare le chiavi del vialetto e finalmente, verso l'ora di pranzo, eravamo arrivati li' presto, siamo riusciti ad andare nel vialetto e organizzare il lavoro".
I primi rilievi del Ris
La memoria del teste è vivida. "Non abbiamo potuto fare il sopralluogo perchè appunto non eravamo attrezzati per altro. Abbiamo fatto semplicemente solo i rilievi fotografici e, credo di ricordare, c'avevamo già una macchina con la telecamera che riprende a 360 gradi, scusi, gli ambienti, che erano pochi poi, perchè c'era questo piccolo ingresso, questo saloncino, le scale, un po' il bagno e basta. E quello, abbiamo finito coi rilievi fotografici verso cena, siamo andati a casa. Poi siamo tornati, non mi ricordo se il giorno dopo o quello dopo ancora, dopo aver messo i sigilli, per fare invece i rilievi biologici che abbiamo esaurito e questo serviva per svincolare anche i dattiloscopisti, perchè in genere la parte del leone la facciamo noi e loro sul sopralluogo".
Le nuove attività investigative
"Quindi la parte videofotografica l'abbiamo fatta la prima volta, la seconda abbiamo fatto la biologia e poi - qui l'accenno ad altre lacune nella prima fase dell'indagine - il Colonnello Mattei è andato lì innumerevoli volte facendo cose che non erano mai state fatte né prima né dopo come sopralluogo. Si è addirittura inventato delle cabine cianocrilate dentro la scala, sulle porte, ha fatto... Abbiamo dovuto richiedere dei fondi alla Procura di Vigevano per comprare chiodi, assi, teli, ecco. Quindi lui è andato avanti per un bel po'".
Il ritorno di Garofano e i rapporti con la Procura
Arriva il momento del rientro di Garofano. "Tornò dal Brasile, "inalmente, dopo diverse settimane e, ovviamente, non andava bene niente di quello che avevamo fatto, quindi poi so che c'è stato qualcosa anche con la dottoressa Muscio". I rapporti con la pm non sono stati proprio facili. "Dunque, dopo parecchio tempo, non mi ricordo però, sicuramente settimane, forse mesi, la dottoressa finalmente mi chiama e mi aveva già chiamato credo una o due volte in Procura, sempre per avere dei pareri, eh... non voleva niente... però io intanto le avevo mandato la mappatura dei prelievi, eccetera, eccetera, e lei chiedeva consiglio su come procedere. Ecco, io mi ricordo una cosa del genere, poi spero di non dire inesattezze. E dopodichè finalmente una mattina alle 7 mi chiama a casa e mi chiede un consulente per biologia e un consulente per dattiloscopia. E io, visto che Garofano non era ancora tornato, io avevo provato a informarlo, ma m'aveva risposto che era in Brasile, richiamandomi. Morale della favola, avevo suggerito alla dottoressa i nomi del maggiore Marino, allora era maggiore, e del maggiore Mattei, che erano i più bravi".