AGI - In una sola notte, in una manciata di ore, può frantumarsi l’infanzia. Per Tatiana e Andra Bucci i ricordi, le emozioni, gli odori perfino, sono tutti ancora nitidi nella loro mente. E li raccontano ancora e ancora, per dare testimonianza, per far sì che l’orrore dell’Olocausto non si ripeta.
Le due sorelle, rispettivamente di 6 e 4 anni, erano già a letto. Era tardi quando la porta si aprì all’improvviso. La mamma le svegliò e le vestì in fretta, senza parlare. In casa c’era rumore: passi, voci. “C’erano i nazisti, c’erano i fascisti… e anche quello che aveva fatto la spia”, ricordano.
La supplica della nonna e l'arresto
Non era ebreo, ma lavorava in sinagoga e conosceva tutti. E aveva indicato i loro nomi. In mezzo a quel caos, un’immagine rimase impressa per sempre. La nonna Rosa era in ginocchio. Pregava. Supplicava. “Portate via me, ma lasciate i bambini”. La supplica non servì. In pochi minuti li portarono via tutti insieme: otto persone, strappate alla loro casa, alla loro vita.
Il primo campo di transito
Il primo fermo fu in un campo di transito. Una cella lunga e stretta, con un tavolaccio che fungeva da letto. Tatiana ricorda soprattutto la porta: “Aveva un buco chiuso: lo aprivano per pochi secondi e ci passavano il cibo. Non ricordo cosa ci davano da mangiare, ma quella fessura tonda è impressa nella mia mente”.
Il viaggio nel vagone merci
Poi il viaggio. Un vagone merci chiuso. Stipate nel silenzio e nella paura, Tatiana e Andra cercano nel vestito della loro mamma uno scampolo di sicurezza. Si aggrappano e restano così per tutto il tempo. “Eravamo strette a nostra mamma che non voleva farci star male, soffrire”. La donna le abbracciava strette, cercando di proteggerle. Nessuno sapeva la destinazione del viaggio, nessuno poteva immaginarlo.
Un messaggio disperato dal treno
Nei ricordi riemerge un piccolo secchio per i bisogni e le donne che cercavano di coprire i bambini con delle coperte. La mamma tentò un gesto disperato e riuscì però ad aprire la rete di una piccola finestra sul vagone. Scrisse un biglietto per la famiglia del marito: spiegava che erano state arrestate, ma non sapeva la destinazione. Lo lasciò cadere dal treno in corsa. Quel biglietto venne raccolto da un carabiniere sui binari dell’ultima stazione ferroviaria italiana. Arrivò miracolosamente a destinazione.
L'arrivo a Birkenau e la separazione
L’arrivo al campo di concentramento fu improvviso. Gli sportelloni pesanti del treno si aprirono di colpo. Racconta Andra: “Eravamo arrivate a Birkenau (uno dei tre campi di sterminio che formavano il complesso concentrazionario situato nelle vicinanze di Auschwitz, in Polonia, ndr). In mezzo al frastuono degli ordini e delle urla, le bambine restavano attaccate alla madre. Ma la separazione dal resto dei familiari arrivò subito: la nonna e la zia furono indirizzate nella fila di sinistra e, caricate insieme ad altri ebrei su un camion. Furono uccise la sera stessa.
La legge di Auschwitz e il Kinderblock
Tatiana, Andra e la loro mamma nella fila di destra. La legge di Auschwitz prevedeva l'uccisione immediata, all'arrivo, per le donne con i bambini e per chi avesse più di sessanta anni e meno di quindici. Loro tre restarono insieme un’altra notte per poi essere separate per sempre. Alle bimbe fu risparmiata la vita perché indirizzate nel Kinderblock, la baracca dei bambini usati come cavie umane per gli esperimenti medici condotti dal dottor Josef Mengele. Fu la loro prima fortuna, dissero più tardi.
La marcia della morte e l'orrore quotidiano
Andra, ricorda nitidamente la fila interminabile di persone che aveva davanti appena scesa dal treno “che aveva gradini altissimi”. Gli uomini separati dalle donne. La madre teneva una bambina a destra e una a sinistra. Cominciarono a camminare. “Una camminata lunga che agli occhi di un bambino poteva sembrare bella, perché sulla strada c’erano degli alberi”. Ma quel cammino nascondeva la morte. Ma nel campo ogni mattina accadeva qualcosa che Tatiana non dimenticò mai. Dalla baracca portavano via i morti. Li prendevano per mani e piedi, li facevano oscillare e poi li lanciavano su una piramide di corpi. Erano bianchi. “Bianchissimi”. Quando durante la detenzione non vide più la madre, Tatiana pensò che fosse diventata così anche lei. Bianca come quei corpi. Pensò che fosse morta.
Ricordare i propri nomi
Tatiana e Andra ripetevano ogni giorno il loro nome. L’ultima raccomandazione della mamma: ricordarsi i propri nomi. Sempre e comunque, nonostante fossero solo numeri.
Il ritorno a casa e la fotografia
Passò più di un anno dalla liberazione prima che la verità tornasse alla luce. La madre riuscì a rintracciarle. Mandò una fotografia alla loro insegnante. Quando la videro, le bambine riconobbero subito quei volti: mamma e papà. Fu così che ricominciò la strada verso casa. L’insegnante le aiutò a ristabilire il contatto con i genitori. A causa della complicata burocrazia e della paura di eventuali errori, ci volle ancora del tempo prima che le bambine si ricongiungessero con i propri genitori. Dopo l’orrore dell’Olocausto, quella fotografia fu il primo segno che la vita, nonostante tutto, poteva ancora ricominciare.

