AGI - "Papà, ma nella scuola c'è l' amianto?". Lunedì 23 marzo Fabrizio Protti riceve una telefonata dalla figlia che sta andando a Roma per una delle riunioni dello Sportello Amianto di cui è presidente. Sì, l'amianto al liceo 'Golgi' di Broni, nel Pavese, c'è e si sa anche da molto tempo ma il fatto grave è che quella mattina un'impresa stia svolgendo dei lavori con dispersione di polveri non meglio identificate.
Il caso alla Procura di Pavia
La sera del 23 marzo la scuola viene chiusa fino a data da destinarsi e Protti ha presentato ieri una denuncia alla Procura di Pavia nella quale chiama in causa la Provincia, la ditta e la dirigenza scolastica per "accertare le responsabilità eventualmente connesse ai fatti". La cittadina di Broni viene definita la Casale Monferrato dell'Oltrepo perchè qui si stimano almeno 700 morti per il "male della cementifera" come veniva definito il tumore ai polmoni che uccideva gli abitanti. Tutta colpa delle polveri che piano piano consumavano il respiro degli operai, dei loro familiari, di chi viveva nel paese medioevale tra le fertili colline da cui sgorgano ottimi vini.
"Il palazzo che ospita il liceo fa parte dei Sin (siti d'interesse nazionale) Fibronit, aree ad alto rischio per la dispersione di asbesto. Lo è, un posto da 'maneggiare' con molta prudenza, dal 2017. Come mai ci hanno messo dentro una scuola? "Il liceo c'è dagli anni Novanta - spiega Protti in un'intervista all'AGI -. Non si è mai riusciti a demolire il palazzo, l'onere spetterebbe alla Provincia ma il palazzo è rimasto in piedi per l'inerzia delle varie amministrazioni. Nel frattempo, i ragazzi hanno continuato a frequentare la scuola perchè per legge si era adempiuto all'obbligo della nomina di una figura che è il 'responsabile del rischio' il quale però, dice Protti, ha censito solo in parte l'edificio. Non esiste quindi un documento che acclari l'assenza del rischio. La legge permette che ci sia una scuola nel palazzo se chi è proprietario certifichi che nell'edificio non avvengano "interferenze con manufatti in amianto".
Dunque, che non si crei il rischio della dispersione di particelle che potrebbero avvelenare i polmoni. Torniamo a quella mattina. Dopo la telefonata, Protti si precipita a scuola. "L'utilizzo del martello pneumatico nei lavori per allargare la tromba dell'ascensore provoca la dispersione di polveri. Alcuni studenti stanno male, due vanno al pronto soccorso, faticano a respirare. I ragazzi sono bianchi come pupazzi di neve, coperti di polvere. Chiamo il preside e gli spiego che, anche se fosse borotalco, bisogna evacuare la scuola e con una paletta inizio a raccogliere le polveri e le metto in un bicchiere di plastica".
Il giorno dopo, Ats, l'azienda territoriale sanitaria, comunica di avere riscontrato l'amianto solo nel cavedio dell'ascensore dove gli operai stavano lavorando ("senza mascherina", precisa Protti) e di non avere invece trovate fibre nocive nell'aria. "Ma i campionamenti sono avvenuti a distanza di più di 24 ore e con le finestre aperte" contesta Protti. Viste quelle che descrive come reticenze e i possibili 'conflitti di interessi' da parte di chi dovrebbe preoccuparsi e indagare sulla natura delle particelle, Protti si rivolge al Centro regionale Amianto dell'Arpa Piemonte. "Le verifiche rivelano la presenza di amianto in campioni di polveri e detriti prelevati al piano terra, vicino alle aule, quindi anche al di fuori della tromba dell'ascensore. Alla luce di ciò - e questa è l'ipotesi che atterrisce i genitori uniti in una richiesta di chiarezza sfociata in una petizione - non è possibile escludere che non vi sia stata esposizione alle polveri generate durante le lavorazioni".

